Che cosa funziona secondo gli esperti?
In virtù del principio di equivalenza, i detenuti con dipendenza da sostanze hanno diritto alle stesse prestazioni a tutela della salute che riceverebbero in libertà. Tali prestazioni, attinenti sia alla sfera politica sia all’assistenza territoriale, sono definite nella legge sugli stupefacenti (art. 1a LStup) e si suddividono nei quattro pilastri elencati di seguito.
- Prevenzione: incrementare le risorse sanitarie e rafforzare le azioni tese a prevenire l’insorgenza di dipendenze da sostanze e i danni causati da tali dipendenze.
- Terapia e reintegrazione: predisporre interventi e programmi di sostegno per ridurre o interrompere il consumo di sostanze e migliorare la salute fisica e psichica.
- Riduzione dei danni e tutela della vita: predisporre interventi volti a stabilizzare le condizioni di salute e limitare i danni qualora non sia possibile raggiungere l’astinenza.
- Controllo e repressione: limitare l’accesso alle sostanze e adottare le misure necessarie per assicurare il rispetto della legge.
Solo intervenendo contemporaneamente in questi quattro ambiti è possibile tutelare la salute e la sicurezza di tutti. Questo approccio trasversale vale anche per i luoghi di privazione della libertà, per i quali di seguito si propongono alcuni esempi di misure mirate.
- Prevenzione: effettuare test per le malattie infettive (ad es. HIV, epatite C).
- Terapia: offrire terapie di gruppo o farmacologiche.
- Riduzione dei danni: distribuire materiale per un consumo sicuro, mettere a disposizione distributori automatici di siringhe, offrire la terapia sostitutiva per la dipendenza da oppioidi.
- Controllo e repressione: in caso di ripetute violazioni delle regole, svolgere perquisizioni corporali e delle celle o adottare provvedimenti disciplinari in conformità al regolamento interno.
Secondo gli esperti, quali sono gli interventi più efficaci nella presa in carico di detenuti che soffrono di dipendenza da sostanze?
Adottare un atteggiamento accettante
Alla fine sono loro a dover decidere se la strada è quella giusta per loro oppure no.
Per poter assicurare una presa in carico efficace delle persone dipendenti da sostanze, è necessario riconoscere che la dipendenza è una malattia e non considerare il consumo di droghe esclusivamente come un problema di sicurezza. Gli interventi rivolti a queste persone dovrebbero incentrarsi sull’individuo e sul suo arbitrio, nella piena consapevolezza dei limiti posti dal contesto carcerario. Di qui la necessità che il personale degli stabilimenti penitenziari sviluppi nuove competenze, quali la capacità di ascolto e comunicazione, un atteggiamento non giudicante e l’identificazione e la decostruzione di preconcetti e informazioni errate.
Come adottare un atteggiamento accettante?
In carcere è vietato il consumo di alcol e droghe e l’abuso di farmaci, e tale divieto può essere imposto anche durante il periodo di messa alla prova. Di qui la necessità di svolgere continui controlli, quali esami delle urine e perquisizioni corporali e delle celle.
Allo stesso tempo, è però anche necessario adottare un atteggiamento accettante: quando le persone dipendenti non si sentono ascoltate, non sono messe nelle condizioni di modificare il loro comportamento di dipendenza e di abbassare così il loro rischio di recidiva. Accettare significa riconoscere la diversità, mettere in discussione i preconcetti e non lasciare che giudizi personali intacchino la propria professionalità. Occorre inoltre dare la priorità all’autodeterminazione informando con trasparenza.
Dirgli: ‘So che ce la può fare’ dà loro la forza di agire e di andare avanti.
Le persone con dipendenza da sostanze dovrebbero essere sempre informate sulle possibilità a loro disposizione e sui limiti che sono tenute a rispettare. I limiti devono essere fissati con particolare attenzione alle specificità dei singoli casi, in modo da evitare i comportamenti che comportano un grave pericolo per la salute, mettono a rischio sé stessi e gli altri, ostacolano la risocializzazione e aumentano il rischio di recidiva.
Limitare i danni
Gli interventi rivolti ai detenuti con dipendenza da sostanze devono mirare ad apportare loro un beneficio e a tutelarne la salute, indipendentemente dal punto in cui si trovano nel loro percorso di recupero. Occorre pertanto predisporre anche interventi di riduzione dei danni (terzo pilastro), come ad esempio distributori automatici di siringhe, materiale per sniffare in sicurezza e terapie sostitutive, allo scopo di ridurre i rischi sanitari per coloro che non possono o non vogliono interrompere il consumo.
In base alla mia esperienza, la riflessione è più efficace quando l’obiettivo non è l’astinenza.
Come limitare i danni per i consumatori di droghe?
Il principio di riduzione dei danni si focalizza sui pregiudizi alla salute causati dal consumo di sostanze e non sul loro consumo in quanto tale. Secondo questo principio, l’obiettivo da perseguire non è l’astinenza di tutti i consumatori, ma la massima riduzione dei danni connessi all’uso di droghe.
Questo approccio presuppone di accettare che alcune persone non possano o non vogliano interrompere il consumo di sostanze, che – è bene ricordarlo – è sempre fonte di rischi (quali sovradosaggio, danni alla salute a lungo termine, trasmissione di malattie attraverso la condivisione di siringhe o mancato soddisfacimento dei bisogni primari). Questi rischi possono tuttavia essere limitati creando condizioni di consumo più sicure dal punto di vista dei materiali usati (ad esempio mettendo a disposizione siringhe sterili), dello stato di salute (ad esempio migliorando la salute fisica degli utilizzatori) e dell’ambiente (ad esempio rendendo accessibili luoghi di consumo sicuri).
Tra le misure volte a ridurre i danni derivanti dall’uso di droghe nel contesto carcerario vi sono le terapie con agonisti degli oppioidi, la terapia con eroina, i distributori automatici di siringhe e farmaci anti-overdose quali il naloxone. Anche se alcune di queste misure sono già in uso negli stabilimenti penitenziari, secondo gli operatori non lo sono in maniera sufficiente. Ad esempio, in Svizzera solo il 35% dei detenuti ha accesso a un distributore automatico di siringhe o a programmi di scambio di siringhe, nonostante ne sia stata dimostrata l’efficacia in ambito carcerario.
È già un grande passo avanti se una persona che prima della detenzione consumava cocaina o eroina ora consuma solo cannabis.
Assicurare transizioni efficaci e continuità assistenziale
Per una presa in carico ottimale dei detenuti con dipendenza da sostanze, è di centrale importanza assicurare delle transizioni efficaci e la continuità assistenziale sia all’interno del circuito carcerario sia nei momenti di passaggio verso enti o servizi esterni: solo con un’adeguata assistenza a monte e a valle, controlli medici tempestivi, un flusso di informazioni affidabile e una stretta collaborazione tra tutti i soggetti coinvolti (interni ed esterni) è possibile rispondere con la dovuta efficienza ai bisogni sanitari e sociali individuali.
Se si investisse di più nelle persone che hanno commesso reati di lieve entità, si potrebbe evitare l’effetto ‘porta girevole’.
Come assicurare la continuità assistenziale con transizioni efficaci?
Per i detenuti dipendenti le transizioni più delicate sono l’ingresso in carcere, il trasferimento in un altro stabilimento e la liberazione, di cui di seguito si offre un rapido approfondimento.
- Solitamente, l’ingresso in carcere costituisce un momento di stress a motivo dell’indisponibilità delle sostanze consumate sino ad allora. La brusca interruzione dall’assunzione richiede pertanto un’assistenza sanitaria specialistica. A tale scopo, è di primaria importanza conoscere le abitudini di consumo precedenti alla detenzione raccogliendo le necessarie informazioni al momento dell’ingresso, ad esempio ponendo domande e realizzando esami delle urine. Allo stesso modo, è necessario avere sin da subito contezza di eventuali terapie somministrate sino a quel momento (ad esempio per l’HIV, l’epatite C o la tubercolosi), così da poterle riprendere senza interruzioni.
- Il trasferimento in un altro stabilimento può essere un altro evento stressante, ad esempio per via delle differenze nell’offerta trattamentale (farmaci e terapie disponibili).
- Nel periodo immediatamente successivo alla liberazione, il rischio di ricaduta nella dipendenza e di sovradosaggio è particolarmente elevato (secondo gli studi quest’ultimo rischio sarebbe addirittura 40 volte maggiore). Dato che le persone in situazione di marginalizzazione devono preoccuparsi innanzitutto di sopperire ai propri bisogni primari (come ad esempio trovare cibo e alloggio), la loro salute passa in secondo piano. Aumenta così il rischio di ricaduta e di peggioramento delle condizioni di salute.
Costruire una collaborazione interprofessionale efficace
La collaborazione interprofessionale assume un ruolo cardine nella presa in carico dei detenuti con problemi di dipendenza, sia per favorirne la risocializzazione, sia allo scopo di garantire la sicurezza degli stabilimenti penitenziari e della collettività. Le diverse figure professionali che partecipano alla presa in carico apportano una molteplicità di ruoli, obiettivi, prospettive e competenze nell’ambito delle dipendenze. Come fare in modo che si comprendano a vicenda? Come riuscire a negoziare e costruire una posizione comune?
Come si fa a trovare il giusto equilibrio tra la pratica della medicina legale e un approccio basato sull’accettazione? Ecco perché è importante la collaborazione.