Aiutare i figli delle persone detenute: cinque regole d’oro per una collaborazione efficace

Sviluppo della pratica

Pascale Brügger, Collaboratrice scientifica Analisi e sviluppo della pratica

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«Che cosa ha fatto mio papà?» «Quando torna la mamma?» «Che cosa devo rispondere quando a scuola mi chiedono dov’è mia mamma?» «Come sta mio papà in prigione?» «Ce la farà mia mamma quando uscirà di prigione?» Queste sono alcune delle domande che si pongono i bambini che hanno un genitore detenuto.

La detenzione di un genitore può cambiare radicalmente e da un giorno all’altro la vita di un bambino, perché viene a mancare una figura genitoriale, viene scardinata la quotidianità e si pongono domande alle quali spesso non è facile rispondere. La detenzione del genitore è particolarmente problematica quando questo è una figura di riferimento centrale per il bambino, rendendo quindi necessario rivedere l’organizzazione del suo accudimento. I bambini con un genitore detenuto si trovano inoltre a dover affrontare, oltre al lutto, alle paure e alle insicurezze, la vergogna, i conflitti di lealtà, la stigmatizzazione e l’incertezza finanziaria.

Le difficoltà evolvono con il passare del tempo: mentre all’inizio va innanzitutto gestita la separazione e riorganizzata la vita familiare, nel corso della detenzione diventa sempre più importante garantire ai bambini dei contatti con il genitore detenuto che rispondano ai loro bisogni. Inoltre, le criticità non finiscono con la fine della detenzione: il ritorno a casa del genitore detenuto può portare con sé non solo gioia e sollievo, ma anche paure e nuove incertezze; inoltre, in caso di violenza domestica bisogna considerare le necessità di protezione e i rischi per il benessere del minore.

Situazioni di vita complesse e competenze frammentate

La vita dei bambini con un genitore detenuto è condizionata dalle decisioni e dalle misure adottate da una molteplicità di attori – quali l’autorità giudiziaria, il sistema dell’esecuzione penale, le autorità di protezione dei minori e degli adulti, i servizi di sostegno all’infanzia e all’adolescenza, il sistema scolastico, l’assistenza sociale e altri servizi specializzati –, ognuno dei quali ha il proprio compito da svolgere e una propria visione parziale delle situazioni di vita dei minori. Di qui il rischio che le conseguenze della detenzione e i bisogni individuali dei bambini passino in secondo piano.

Per poter aiutare questi bambini che si trovano in situazioni di vita complesse è necessario che i vari attori collaborino strettamente tra loro. Tale collaborazione interprofessionale e interistituzionale non va tuttavia da sé, ma deve essere promossa attraverso punti di riferimento condivisi, la conoscenza dei compiti di ognuno e la disponibilità ad assumersi responsabilità che vadano oltre il proprio ambito di competenza. A tale riguardo, le cinque regole d’oro enucleate di seguito forniscono alcune indicazioni utili per instaurare una collaborazione efficace e incentrata sul bambino.

1 Considerare il punto di vista del bambino: parlare con il bambino e non solo del bambino

Per poter collaborare efficacemente occorre prima di tutto partire dal punto di vista del bambino. I bambini che hanno un genitore detenuto non devono essere considerati come semplici parenti, bensì come persone con diritti e bisogni specifici, i quali andranno tenuti nella debita considerazione durante l’intero periodo di detenzione del genitore, ovvero fino al suo reingresso nella famiglia.

I bisogni del bambino dipendono dall’età e dallo stadio di sviluppo, dalla relazione con il genitore detenuto, dalla durata della detenzione e dalla situazione familiare, per cui non esiste un unico approccio possibile. Considerare il punto di vista del bambino significa informarlo in maniera adeguata alla sua età, ascoltarlo e coinvolgerlo in prima persona, parlando con lui e non solo di lui. Ciò vale in particolar modo per i contatti con il genitore detenuto, che per alcuni bambini avverranno preferibilmente in presenza, mentre per altri tramite lettera, disegno, chiamata o videochiamata. 

2 Sensibilizzare: conoscere significa saper fare

Attraverso la formazione è possibile trasmettere agli operatori le conoscenze necessarie per meglio comprendere la situazione di vita dei figli delle persone detenute, ma anche sensibilizzarli ai bisogni specifici di questi bambini. In tal modo vengono incoraggiati la riflessione sulla pratica professionale e l’ascolto del punto di vista dei bambini, ovvero lo sviluppo di un modus operandi incentrato su di loro. Per poter adottare questo approccio bambinocentrico non sono necessariamente richieste risorse aggiuntive: basta provare a considerare le situazioni da un’altra angolazione, porre una domanda in più o coinvolgere tempestivamente un’altra professionalità.

3  Condividere la responsabilità: non perdere di vista il proprio ambito di competenza

Collaborare in maniera interprofessionale significa essere pronti a superare il proprio perimetro di competenze e concentrarsi sui bisogni. Ciò vale in particolar modo nei punti di interfaccia tra il sistema giudiziario, il sistema dell’esecuzione penale, le autorità di protezione dei minori e i servizi specializzati esterni. La domanda da porsi non è: «Chi è competente?», ma: «Di che cosa ha bisogno questo bambino e come possiamo aiutarlo insieme?» Condividere la responsabilità non significa, però, perdere di vista il proprio ambito di competenza, bensì mantenere una visione d’insieme e assumersi la propria parte di responsabilità.

4 Fare rete: mantenere contatti regolari

Affinché i diversi soggetti coinvolti possano lavorare in rete con una responsabilità condivisa sono necessarie strutture che consentano loro di restare in regolare contatto gli uni con gli altri. Questo lavoro in rete non deve però essere instaurato solo per i casi più complessi o in situazioni di crisi, ma deve essere una costante della loro azione. Dovranno quindi conoscere i compiti e i margini di azione di ognuno, come pure decidere insieme come coordinarsi nei punti di interfaccia.

Fare rete permette di condividere esperienze e sviluppare un modus operandi comune, ma solo a condizione che questo modo di lavorare venga adottato a livello sistemico e non solo di singoli soggetti.

5 Condividere le conoscenze: non bisogna sempre riscoprire le buone pratiche

La Svizzera vanta numerosi progetti innovativi e buone pratiche, che però differiscono da una regione all’altra e da un ente all’altro. Ad esempio, nella Svizzera tedesca mancano servizi ed enti specializzati nel sostegno ai figli delle persone detenute.

Di qui l’importanza  di rendere le conoscenze visibili e continuare a sviluppare le pratiche che hanno dato buoni risultati. Queste buone prassi non devono essere riscoperte di volta in volta, bensì possono benissimo essere riprese e adattate ai contesti locali, nonché perfezionate in maniera collaborativa.

Da questo punto di vista, le ONG specializzate nel sostegno ai minori con genitori detenuti possono svolgere un ruolo complementare all’offerta istituzionale per il fatto che dispongono di competenze mirate, permettono di entrare facilmente in contatto con le famiglie e offrono una prospettiva indipendente. Tuttavia, per poter sfruttarne appieno il loro potenziale, è necessario integrare la loro offerta in quella istituzionale e assicurarne il finanziamento a lungo termine.

Dalle singole competenze alla responsabilità condivisa

Quanto illustrato sinora mostra nitidamente che un sostegno efficace ai figli delle persone detenute non può prescindere da un approccio trasversale, in quanto tale sostegno non può essere garantito da un unico soggetto isolato dagli altri, che sia il sistema dell’esecuzione penale, un’autorità di protezione dei minori, un servizio di sostegno all’infanzia e all’adolescenza o un altro servizio specializzato. Occorre pertanto far convergere le distinte competenze in modo che tutti i soggetti insieme, ognuno con il suo raggio d’azione, possano offrire un sostegno concertato e incentrato sul bambino. Tale sostegno non può, infatti, essere garantito da un unico soggetto che si occupa di tutto: ognuno deve apportare il suo contributo affinché i figli delle persone detenute siano visti, ascoltati e aiutati nella maniera più adeguata.

Le cinque regole d’oro descritte qui sopra sono state elaborate al convegno sui figli delle persone detenute organizzato il 19 giugno 2026 a Berna dal Centro svizzero di competenze in materia d’esecuzione di sanzioni penali (CSCSP). Sulla base degli studi e delle raccomandazioni più recenti nonché delle principali conclusioni emerse dal convegno, propongono un orientamento condiviso per promuovere la collaborazione interprofessionale. L’obiettivo ora è, di concerto con tutti gli attori coinvolti, rendere possibile la creazione di strutture solide e durature che pongano al centro i bambini con un genitore detenuto e i loro bisogni specifici.